Un momento per te

Proposte per la riflessione personale

Buona Pasqua!

Pubblicato mercoledì 01 aprile 2015

[Felice Ludovisi, Resurrezione di Cristo, Secondo quadro]

La resurrezione di Gesù toglie la sovranità alla morte e quindi è l'evento attraverso il quale ha senso vivere, lottare, soffrire. Nulla più cade nel vuoto perché conserva il significato per cui è stato creato, anche quando è toccato dalla morte. Qui è nascosto il segreto del nostro impegno e della nostra libertà: non è più l'andamento dei risultati ad abbatterci o ad esaltarci, ma il non smarrire mai il significato di ciò che stiamo facendo. Tutto ciò è possibile perché la trasformazione delle cose è avvenuta e continua ancora oggi proprio perché la Resurrezione fa parte della nostra esistenza. In questo modo non solo crediamo alla Resurrezione ma viviamo di essa e diventiamo portatori di un modo diverso di leggere ciò che succede e di valutare ciò che facciamo. Essere così centrati sulla Resurrezione ci permette una grande serenità; è questo il mio augurio.

Don Adriano Vincenzi

Dalla realtà, la speranza

Pubblicato mercoledì 24 dicembre 2014

[Parmigianino, La Natività, Particolare]

Il Natale esprime il desiderio di Dio di essere vicino all’uomo. È questo il messaggio di speranza che siamo chiamati a condividere. Paradossalmente le tinte oscure con le quali si dipinge il presente sembrano impedirci di pensare ad una cosa così bella: la sfiducia e il pessimismo sono entrati nelle nostre ossa e abbiamo la percezione di essere più consolati dalla condivisione di pensieri negativi che dal sollievo di pensieri positivi.

Il Natale ha una grande forza: è un fatto. Partendo quindi dalla realtà possiamo aprirci ad una nuova speranza. Auguro a tutti di lasciarsi raggiungere dalla Luce che brilla nella notte di un presente che ha bisogno di Dio che si fa uomo per cogliere che ciò che desideriamo è già presente nel nostro cuore: l’amore, la bellezza, la luce e la gioia possono ancora appartenerci.

Buon Natale

Don Adriano Vincenzi

Festa e gioia

Pubblicato domenica 08 giugno 2014

[Lo Spirito Santo]

Domenica 8 giugno celebriamo la solennità della Pentecoste. È un momento di grazia speciale che ci viene donato attraverso il dono dello Spirito Santo. Si rinnova anche per noi la discesa dello Spirito Santo che ci riempie del suo Amore. Questa festa è una grande consolazione: si vede l’opera di Dio, la sua azione. Anche oggi Egli interviene, è presente. Auguro a tutti di saperLo accogliere.

È un dono che ci fa percepire la gratuità di Dio che cambia la nostra vita donando la Sua. In particolare mi sembra di poter dire che questo è il tempo dello Spirito: quindi tempo di cose inedite, di passaggio dalla paura al coraggio, tempo di vera e piena libertà. Ognuno di noi è guidato dallo Spirito: è il dono dato a tutti. Partecipare a questo evento è come rinascere, sentirsi diversi, diventare capaci di annunciare la Parola di cui ha bisogno chi ci sta accanto.

Oggi c’è bisogno di questa Parola per abbandonare le tenebre, la vita fiacca, l’abitudine alla conservazione, la difesa di noi stessi e ritrovare un nuovo slancio proprio perché liberati innanzitutto dal peso di noi stessi. È come tingere la vita a tinte forti con il fuoco e il vento impetuoso, non per distruggere ma per dar forma alla costruzione dell’uomo nuovo, alla costruzione di una società che si entusiasma di fronte alla scoperta del Bene e di tutto ciò che ci fa bene. Davvero per ognuno può essere un nuovo inizio! E allora ci troviamo a coniugare due nuove parole: festa e gioia.

Don Adriano Vincenzi

Voi siete la luce del mondo

Pubblicato sabato 15 febbraio 2014

[Salgemma]

Da Qumrâm².net: meditazione per l'adorazione Eucaristica della V domenica del Tempo Ordinario, anno A

Quando Gesù ha detto: «Voi siete la luce del mondo», non voleva certo dire: «Voi siete migliori degli altri uomini». Sarebbe stato un incoraggiamento al fariseismo che egli ha duramente condannato nella parabola del fariseo e del pubblicano. Sappiamo di non meritare un simile elogio dal Signore. Gesù, dopo la proclamazione delle beatitudini, voleva dire: «Chi vive questo progetto di vita rende un grande servizio al mondo». Voleva cioè mettere in guardia contro la povertà e l'insignificanza storica della nostra fede.

Dobbiamo renderci conto che senza la testimonianza della nostra coerenza il Vangelo rischia di rimanere senza echi nel nostro ambiente. Gli uomini non riusciranno a coglierne la bellezza, non sentiranno il desiderio di farne l'esperienza. È la grande responsabilità delle comunità che riducono la fede ad un culto inefficace. Così rimaniamo ai margini della vita. Gli uomini seri cercheranno la giustizia, la libertà, ma senza sentire il bisogno di sentirci al loro fianco. Saranno piuttosto diffidenti nei nostri confronti, vedendoci rassegnati alla mentalità dilagante, abituati a convivere tranquillamente con i diffusi peccati sociali, senza il coraggio di prendere posizione per il rinnovamento della società.

Se siamo tranquilli conservatori difficilmente ci sentiranno dentro la storia viva come luce, cioè come ispiratori e anticipatori del futuro, capaci, come il sale, di dare un sapore nuovo alla convivenza umana. Gesù dice: «Il sale che perde il suo sapore non serve a nulla, viene gettato via e calpestato dalla gente». È un giudizio durissimo sull’insignificanza storica di tante comunità cristiane. La contraddizione tra il messaggio proclamato e la vita vissuta è così grande che quasi ci assale lo scoraggiamento. Ma la fede si rivela anche nella forza di vincere questa tentazione. Il Signore proprio a questo ci invita: a prendere coscienza della povertà della nostra testimonianza e a rinnovare il nostro impegno di essere protagonisti della rivoluzione culturale che la storia ci sta imponendo come unica scelta di sopravvivenza.

Dobbiamo difenderci dalle tentazioni denunciate dai profeti e dal Vangelo. La prima di queste tentazioni è un ripiegamento tutto spirituale nei gesti di culto. Non vogliamo né possiamo sottovalutare questi momenti importanti della vita cristiana, ma essi hanno senso solo nella misura in cui ci portano a scoprire la volontà di Dio e a trovare le motivazioni per agire in coerenza con questa scoperta. La preghiera deve portare alla conversione e all'impegno. Se essa ci porta solo a deplorare il male, attribuendone la responsabilità alle ideologie avversarie, questa preghiera non è autentica.

Una seconda tentazione è quella di una conoscenza solo teorica della nostra fede, che ha paura di confrontarsi con la cultura degli uomini e lascia scorrere la storia accanto a sé. È un impoverimento della nostra fede, perché fa del cristianesimo una realtà per studiosi, mentre il Vangelo è una parola sempre legata alle attese e alle domande degli uomini che la vita ci fa incontrare.

Una terza tentazione è la nostra diffidenza nei confronti delle analisi che ci aiutano a capire i meccanismi che perpetuano tra noi situazioni di ingiustizia. Il motivo dichiarato di questa diffidenza è che spesso gli autori di queste ricerche sono molto lontani dalla nostra collocazione ideologica e religiosa così da apparire inconciliabili con la nostra fede. In realtà dobbiamo ammettere che il nostro rifiuto di certe analisi sociali è spesso suggerito dal nostro radicato istinto di difesa di fronte alle esigenze di una vera conversione. Invece di raccogliere gli inviti a una fede più coraggiosa, preferiamo contestare le analisi scomode. Certo è facile essere spettatori che si dissociano da posizioni non condivise e si compiacciono dell'impotenza delle ideologie laiche a cambiare la società. Ma noi avremo un ruolo significativo nella società, saremo luce e sale, non con le polemiche e le condanne, ma solo con l'impegno di portare il nostro contributo di idee e il nostro coraggio nell’affrontare i sacrifici necessari per sconfiggere i nodi di ingiustizia che impediscono la crescita dell'uomo.

Per essere luce del mondo non serve l'isolamento religioso che ci fa sentire buoni, ma il coraggio di comprometterci nell'azione accanto agli uomini di buona volontà, con la ricchezza di intuizioni, la visione lungimirante e la disponibilità al servizio che ci vengono dalla familiarità con il Vangelo. Senza la presunzione di avere il monopolio della verità, i cristiani devono aiutare gli uomini a cogliere il senso profondo degli avvenimenti che segnano la nostra storia.

Il Natale e il tempo

Pubblicato domenica 22 dicembre 2013

[Giacomo Balla, Mercurio passa davanti al sole]

«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio… perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5).

La nascita di Gesù tocca il tempo: Dio è entrato e rimane nel tempo dell’uomo portandolo a pienezza.

Il tempo è l’elemento più prezioso a nostra disposizione, in esso è racchiusa e si svolge la nostra esistenza. Il rapporto con il tempo è complesso: è vivo come storia personale e sociale, è aperto ad un futuro percepito ma non ancora reale ed è vivibile solo nel presente. L’approccio corretto al tempo è quanto di più difficile sperimentiamo: c’è chi vive di ricordi, chi non vuole diventare adulto, chi non vuole invecchiare; il tempo sembra essere sperimentato soprattutto come qualcosa che manca, per cui spesso diciamo che non abbiamo tempo per fare quello che avremmo intenzione di fare. Proprio per questa nostra difficoltà a gestire il rapporto con il tempo, è veramente interessante cogliere, almeno in parte, cosa può significare la pienezza del tempo.

La nascita di Gesù tocca il tempo e lo rinnova portandolo a pienezza: cioè con Gesù il tempo acquista quel significato di salvezza e di grazia che aveva alle origini. Il tempo è portato a pienezza da una Presenza che lo riempie di significato, di salvezza e di grazia. Dio è accanto all’uomo nel tempo e la nostra storia non è più segnata dal tempo che passa ma dalla presenza amorosa di Dio nel tempo. Siamo invitati a cambiare il modo di leggere ciò che capita nel tempo: non più legato alla casualità, alla fortuna, alla composizione degli eventi; è legato ad una Presenza che dà pienezza di significato dal nostro inizio alla nostra fine. Possiamo dire che pienezza del tempo vuol dire pienezza di significato. Cambiano le misure: il punto di riferimento non è più il tempo che passa ma l’eternità, non è più lo scorrere incessante di cose, fatti e persone ma lo svelamento progressivo di una pienezza che trova in Gesù il Signore del tempo. Con Lui presente nella storia non possiamo mai sentirci scaraventati casualmente in un tempo che ci disintegra, ma accolti, accompagnati, sostenuti dall’Amore che si fa storia. Con la Sua presenza la nostra soggettività non si esaurisce nel passare dei secoli ma ognuno si trova incastonato come perla preziosa nell’eternità. Ecco allora che tutto si ricompone e nulla cade nel vuoto; abbiamo una nuovo misura, un nuovo sguardo perché ciò che noi siamo vale per sempre.

Augurarci buon Natale significa dirci che siamo chiamati a guardare avanti; noi non perdiamo la fiducia nel futuro: questo è il tempo nel quale possiamo costruire molto perché l’Amore fatto carne ci sostiene.

Don Adriano Vincenzi

L’attesa

Pubblicato sabato 07 dicembre 2013

[Salvador Dali, Vox Clamantis]

Il tempo di Avvento ci invita a prepararci alla nascita di Gesù. Un aspetto rilevante espresso dalle letture bibliche di questo periodo è l’invito alla gioia e alla speranza, legato all’annuncio della salvezza che viene. L’attesa di qualche buona notizia rasserena e allevia il presente. Oggi stiamo tutti in attesa di qualcosa. L’annuncio più gettonato è che con il 2014 dovrebbe finire il peggioramento dell’economia e iniziare un lento miglioramento. Oggi viene usato lo stesso metodo dell’avvento: si annuncia qualcosa che verrà. Con una previsione di ripresa economica si tenta di allentare il senso di depressione che ha colpito tanta gente. Ma solo la Parola di Dio crea la differenza; l’annuncio che ascoltiamo in questo periodo di Avvento rappresenta una grande novità: la gioia, la speranza, la voglia di vivere, la misericordia, la ripresa della fiducia in sé e negli altri, non sono legate al risultato di un’azione umana ma vengono da Dio. Per rispondere alle sue attese l’uomo ha bisogno di accogliere Dio che gli viene incontro. E questo incontro è indispensabile perché l’attività dell’uomo sia positiva nei confronti dell’uomo stesso. È urgente l’annuncio di Uno che ci salva perché l’esperienza ci dice che tante volte ci siamo fatti male con le nostre mani. Oggi non è sufficiente lavorare di più, soffrire di più, tribolare di più, sacrificarsi di più: questo è servito a creare nuove disuguaglianze. Questo è ciò che ci viene chiesto ogni giorno da chi guida l’economia e la politica, ma i vantaggi di queste fatiche li godono solo pochi. Davvero abbiamo bisogno di un altro annuncio che liberi veramente l’uomo e lo renda capace di fare il bene per sé e per gli altri! La risposta è l’annuncio di un Salvatore. In uno scenario in cui abbiamo esperimentato che non ci salvano gli economisti, i politici, i premi nobel, le programmazioni e le previsioni, e nemmeno le sole nostre fatiche, l’annuncio che porta speranza vera è venire a conoscenza che sta arrivando Colui che non cambia le cose per cambiare l’uomo, ma cambia l’uomo per cambiare le cose.

La forza dell’Avvento è riaprire la possibilità di speranza. Auguro a tutti noi di poter crescere ogni giorno nella fiducia e nella speranza perché diventiamo sempre più partecipi di un incontro con Dio che ci sta cercando per sollevarci.

Don Adriano Vincenzi

È risorto

Pubblicato mercoledì 27 marzo 2013

[Cristo rigeneratore]

La Risurrezione è il grande evento che ha sconvolto la storia. Si parla giustamente di nuova creazione, di uomini nuovi, di relazioni finalmente positive tra Dio, l’uomo e il creato. La Pasqua diventa un festa da non perdere, bisogna proprio celebrarla: con questa celebrazione noi viviamo e siamo fatti partecipi dell’evento che ha trasformato la storia e orienta l’uomo e l’universo verso l’uomo nuovo e i cieli nuovi e la terra nuova. L’orientamento verso ‘il nuovo’ è il risultato della capacità trasformante dell’evento della Risurrezione. L’uomo da solo non è capace di ‘ricrearsi’, non è capace di vera novità, di trasformazione del suo essere, di liberarsi da un peccato che lo costringe suo malgrado a desiderare e dire di volere il bene continuando di fatto a compiere il male. La nostra vita è segnata da questo incontro con il Risorto!

È urgente intervenire concretamente sulla delusione generata da promesse non mantenute, da cambiamenti sbandierati e contemporaneamente negati. È urgente intervenire dentro la storia con l’esperienza del Risorto per evitare di appaltare ai soldi, alla finanza, a qualche potente, o semplicemente a qualche finto messia l’urgente necessità di significati, motivazioni, speranze e proposte attuative. Non è facile passare nella valutazione delle cose e delle persone dalla grandezza quantitativa alla qualità, alla bellezza interiore, al senso di giustizia, alla soddisfazione di una vera grandezza resa tale dalla verità e dalla capacità di farsi carico dei problemi e delle sofferenze di questa umanità. Insomma se non vogliamo vivere come persone deluse e sconcertate di fronte a ciò che ogni giorno capita sotto i nostri occhi dobbiamo partire da questo fatto inedito della Risurrezione. Qui la svolta e qui, anche per noi, il nuovo punto di partenza.

Qui il punto di svolta della nostra esperienza religiosa e umana: possiamo cambiare noi e le cose attorno a noi non perché abbiamo deciso di farlo, ma perché la capacità trasformante del Risorto ci ha abilitato a fare cose nuove in quanto trasformati in persone nuove. Credere al bene sarebbe una pia illusione se non ci fosse stato un fatto originario e definitivo che avesse sancito la vittoria del Bene e la sconfitta del Male. Ecco perché la nostra storia non può più essere compresa e vissuta al di fuori di questo presupposto che conosce la morte non più come un dato, ma come l’elemento di uno scontro tremendo che la svela come colei che ha perso il dominio sull’uomo.

È solo per questo fatto che, dentro tutte le miserie, i problemi, le ingiustizie e le indifferenze possibili, noi continuiamo a costruire il futuro. È per questo che a questo mondo e alle persone che incontriamo non possiamo non parlare del Risorto.

Don Adriano Vincenzi

Un nuovo ordine di grandezza

Pubblicato martedì 19 febbraio 2013

[Guglie]

La decisione di Benedetto XVI ci ha sorpreso tutti. Le reazioni sono state molto varie. Non ritengo opportuno inseguire alcune interpretazioni fantasiose scritte su alcuni giornali o espressi da alcuni commentatori. (Annoto solo la tristezza nel vedere che spesso, essendo incapaci di capire, ci si affida al chiacchiericcio e al gossip). Vorrei tentare di rispondere alla seria richiesta di chi, per l’amore che ha per il Papa e per la Chiesa, si interroga per vivere, anche in questa storica circostanza, una rinnovata comunione.

Le testimonianze forti creano sempre domande perché per la loro forza e trasparenza hanno il potere di sconvolgere. Questa scelta di Benedetto XVI è una fortissima testimonianza della sua fede: la sua ferma convinzione che è lo Spirito Santo a guidare la Chiesa gli ha permesso di decidere di farsi da parte. Si vede qui non la debolezza di un uomo, ma la grandezza del suo affidamento al Signore e lo sguardo penetrante interprete della storia intesa come tempo guidato da Dio. La sua fragilità si riveste della grandezza dell’umiltà. La grandezza del suo gesto sta nel fatto che, nel Suo eclissarsi, ci mette immediatamente davanti a Dio. Sono scavalcati in un attimo tutti i ragionamenti, le opportunità, le convenienze, le mediazioni: Egli ha creato un vuoto affinché Dio risplenda come pienezza senza mediazioni umane. L’uomo si tira da una parte, scompare al mondo e ci introduce davanti al Tutto. È questione di grandezza: siamo chiamati a passare dal Dio della storia a Dio in sé.

Una seconda annotazione. Il Papa fa la scelta di dedicarsi alla preghiera. È questo un modo non secondario per essere presente nella vicenda umana. Scrive S. Giovanni Crisostomo: Chi prega ha le mani sul timone della storia. Benedetto XVI sceglie un altro modo per essere guida; non scappa dalla responsabilità, ma vuole tenere le mani sul timone della storia, non stando a capo ma pregando. La quasi incomprensibilità di questa scelta non sta nella fatica di capire come si possa rinunciare alla responsabilità del governo della Chiesa, ma nell’essere stati posti di fronte ad una modalità di presenza, che solo ora si realizza, ci fa toccare con mano come la preghiera non sia storicamente meno efficace dell’azione. Spesso l’efficacia della preghiera viene presentata come un’opportunità per chi non è più in grado di agire, rarissimamente viene messa sullo stesso piano dell’efficacia dell’azione da chi sta svolgendo un compito di alta responsabilità.

La scelta di Benedetto XVI esprime la Sua grande fede. La condivisione della sua scelta ha un effetto sulla mia fede: sono interiormente indotto a ridefinire la forza storica della mia fede. Siamo così introdotti in nuove grandezze. Un uomo così grande non poteva che invitarci a “prendere il largo”, introducendoci con la Sua scelta in una nuova lettura, visione e azione nella storia.

Don Adriano Vincenzi

Natale: andare oltre

Pubblicato venerdì 07 dicembre 2012

[Aurora]

Ciò che ascoltiamo ogni giorno e le condizioni nelle quali ci troviamo a vivere ci inducono a coltivare pensieri non positivi sul futuro del mondo e su noi stessi. Sembra che ci sia qualcosa di più grande di noi che ci sovrasta, impedendoci di percepire di avere tra le mani soluzioni adeguate e realizzabili in tempi brevi. In questo contesto storico e temporale così difficile arriva di nuovo il Natale e l’annuncio che Dio ha scelto di abbandonare il cielo per vivere come uomo nei limiti della terra e dell’umanità. Da questa presenza possiamo partire per interrogarci ancora una volta:

Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno? Nel Salmo 130 troviamo una bellissima immagine. Il Salmista dice che l’uomo di fede attende il Signore «più che le sentinelle l’aurora» (v. 6), lo attende con ferma speranza, perché sa che porterà luce, misericordia, salvezza. Tale attesa nasce dall’esperienza del popolo eletto, il quale riconosce di essere educato da Dio a guardare il mondo nella sua verità e a non lasciarsi abbattere dalle tribolazioni… È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista.

Questo inizio del Messaggio di Benedetto XVI per la prossima Giornata mondiale della pace mi sembra raccolga lo stato d’animo di molti di noi che esperimentano contemporaneamente desiderio di luce ed esperienza di oscurità, slanci verso il bene ed esperienze di mediocrità, tentativi di libertà e marcati condizionamenti. La nascita di Gesù è grazia, libertà, nuove possibilità per liberarci dal giogo delle dipendenze e inizio di un nuovo cammino di libertà.

Dire Natale significa poter dire: “Sono più grande delle situazioni nelle quali mi trovo a vivere”. Ecco perché l’augurio di Natale esprime la sua verità quando ci fa entrare in questa dimensione, in questa grandezza. Questa liberazione è a portata di mano, basta non rifiutarla, non nasconderci dietro il pensiero che sia impossibile; basta che la nostra storia si lasci toccare dalla storia di Dio con l’uomo. Ecco davanti a noi quel Cielo che ci permette di camminare sulla terra speditamente non più verso il buio ma verso la Luce.

Ma perché possiamo fare questi pensieri? Non potrebbero essere espressione della nostra forza di volontà di non soccombere alle situazioni, del desiderio di essere positivi a qualsiasi costo, di un’illusione che momentaneamente riduce il senso della fatica e dello stress? Noi possiamo pensare alla nostra grandezza di persone umane, al futuro in maniera positiva, dare spazio alla fiducia e alla speranza non perché siamo illusi, non perché desideriamo evadere dalla realtà, ma perché Dio è entrato concretamente nella storia attraverso la nascita del suo Figlio. Questo impatto definitivo della storia con Dio, la sua Incarnazione, il suo Natale diventa ciò che rende veri i nostri pensieri arricchendoli di futuro, di speranza, di possibilità e di dignità. È in forza di questa verità che possiamo ancora con serenità augurarci: Buon Natale!

Don Adriano Vincenzi

La Pentecoste

Pubblicato lunedì 28 maggio 2012

[Curtis Doll. YHVH o Yahweh come apparve a Mosè sull’Oreb, la Montagna di Dio]

Con la solennità della Pentecoste incomincia un tempo nuovo. Lo Spirito Santo, che vive in noi, ci fa entrare nella comprensione piena della Parola e ci rende testimoni della novità di Gesù che con la Risurrezione ha vinto in maniera definitiva la morte: spalancando le porte dell’eternità ha riportato al vita al suo splendore originario.

Oggi l’invocazione dello Spirito sgorga naturalmente dal cuore perché, trovandoci in un’atmosfera priva di ossigeno, tutti cerchiamo il suo soffio. Questo soffio ricrea, ci fa sentire vivi, è vita. Quando percepiamo il suo soffio tutto si rischiara perché veniamo introdotti nella pienezza della Verità. E la verità ci fa liberi. Abbiamo proprio bisogno della verità liberante! Troppe menzogne, vendute come parziali verità, ci stanno rendendo quasi impossibile la vita. Si va dall’esaltazione dei problemi economici letti al di fuori di ogni criterio di giustizia, all’esaltazione della superficialità come analgesico della realtà; dall’oppressione della ricerca spasmodica degli interessi individuali e corporativi alla falsità di un materialismo appagante. È urgente ritrovare la nostra libertà, frutto dell’amore alla verità, per coltivare un pensiero retto la cui applicazione crei respiro, relazioni nuove, prospettive veritiere, speranza, valore aggiunto alla conoscenza del mistero dell’uomo e ci apra infine alla conoscenza e all’esperienza di Dio stesso. Questa la vera sfida: riconoscere l’uomo capace di Dio e leggere in questa capacità la sua grandezza e il suo futuro.

Concludo con la preghiera allo Spirito Santo che Benedetto XVI ha pronunciato, il 24 maggio 2012, all’Assemblea dei vescovi italiani.

Don Adriano Vincenzi

Spirito di Vita, che in principio
aleggiavi sull’abisso,
aiuta l’umanità del nostro tempo
a comprendere
che l’esclusione di Dio la porta
a smarrirsi nel deserto del mondo,
e che solo dove entra la fede
fioriscono la dignità e la libertà
e la società tutta si edifica
nella giustizia.

Spirito della Pentecoste,
che fai della Chiesa un solo Corpo,
restituisci noi battezzati
a un’autentica esperienza di comunione;
rendici segno vivo della presenza
del Risorto nel mondo,
comunità di santi che vive
nel servizio della carità.

Spirito Santo,
che abiliti alla missione,
donaci di riconoscere che,
anche nel nostro tempo,
tante persone sono in ricerca della
verità sulla loro esistenza e sul mondo.
Rendici collaboratori della loro gioia
con l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo,
chicco del frumento di Dio, che rende buono
il terreno della vita e assicura
l’abbondanza del raccolto.

Amen.

Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone

Pubblicato martedì 14 febbraio 2012

[Il buon samaritano]

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012.

Fratelli e sorelle, la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. È un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.

Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10, 24). È una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.

“Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello

Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein, che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12, 24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6, 41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3, 1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli.

Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4, 9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore.

Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119, 68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità.

La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10, 30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16, 19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione.

Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29, 7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5, 4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo.

Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9, 8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18, 15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna — elenchein — è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5, 11).

La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». È importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recriminazione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6, 1).

Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24, 16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1, 8). È un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22, 61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

“Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14, 19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15, 2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10, 33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.

I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione: la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12, 25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo.

La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina — tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno — si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5, 16).

“Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10, 24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12, 31-13, 13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4, 18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio.

Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4, 13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25, 25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12, 21b; 1 Tm 6, 18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede.

Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12, 10). Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6, 10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua.

Se tu conoscessi il dono di Dio...

Pubblicato mercoledì 21 dicembre 2011

[Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva]

Celebrare il Natale di Gesù andando oltre l’esteriorità e la ritualità è impegnativo ed interessante. La sua grandezza ed il suo significato sono così importanti da richiederci di superare anche l’esagerata attenzione che poniamo alla crisi economica e valoriale in cui siamo immersi.

Un Dio che si fa uomo sarebbe stata una cosa impensabile al ragionamento e alla fantasia umana. È Dio che viene incontro all’uomo e non l’uomo che cerca Dio. Dio vuole incontrarci: il nostro compito è non nasconderci o semplicemente non far finta di niente. L’annuncio: ‘Oggi è nato il Salvatore’ è un forte richiamo per l’uomo; rappresenta la possibilità di scoprire la verità di noi stessi ed il fine per cui siamo stati creati. Il Natale è il modo con il quale vivono armonicamente insieme umano e divino, spirito e materia, cielo e terra. Il Natale è la realizzazione della nostra unità: Dio e l’uomo sono chiamati a vivere in armonia.

L’augurio può essere così formulato: fare Natale significa essere il tu di Dio. Si inaugura così una nuova relazione tra Dio e l’uomo, che, salvato per grazia, è in grado di rispondere liberamente a Dio con il suo sì. Il no degli inizi ha perso la sua definitività in forza di un amore incommensurabile di Colui che avendoci creati ci ha anche salvati nel Figlio fatto uomo. Il Natale rappresenta così l’inizio di una nuova storia nella quale l’uomo per essere se stesso non si confronta più solo con se stesso, ma avendo scoperto il Tu, perde la sua autoreferenzialità e, libero da se stesso, si ritrova fuori di sé. Ma andando fuori di sé, per il recupero della dimensione relazionale, non si aliena, non si estranea, non svanisce: uscendo da sé trova Dio e la sua grandezza originaria. Far Natale può significare anche vedere la grandezza e la bellezza dell’uomo come espressioni di un incontro. Raggiunti dall’Amore possiamo anche rivolgere lo sguardo verso noi stessi: non sarà più uno sguardo narcisistico, ma lo sguardo che abbraccerà definitivamente l’uomo nella sua grandezza e dignità di figlio.

Buon Natale!

Don Adriano Vincenzi

Io sono la vite, voi i tralci

Pubblicato giovedì 29 settembre 2011

[Rimanete in me e io in voi]

Omelia tenuta dal Santo Padre Benedetto XVI all'Olympiastadion di Berlino (Germania) giovedì 22 settembre 2011, in occasione del suo viaggio apostolico in Germania.

Quindici anni or sono, per la prima volta un Papa è venuto nella capitale federale Berlino. Tutti – anche io personalmente - abbiamo un ricordo molto vivo della Visita del mio venerato Predecessore, il Beato Giovanni Paolo II, e della Beatificazione del Prevosto del Duomo di Berlino Bernhard Lichtenberg – insieme a Karl Leisner – avvenuta proprio qui, in questo luogo.

Pensando a questi Beati e a tutta la schiera dei Santi e Beati, possiamo capire che cosa significhi vivere come tralci della vera vite che è Cristo, e portare frutto. Il Vangelo di oggi ci ha richiamato alla mente l’immagine di questa pianta, che è rampicante in modo rigoglioso nell’oriente e simbolo di forza vitale, una metafora per la bellezza e il dinamismo della comunione di Gesù con i suoi discepoli e amici, con noi.

Nella parabola della vite, Gesù non dice: “Voi siete la vite”, ma: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5). Ciò significa: “Così come i tralci sono legati alla vite, così voi appartenete a me! Ma appartenendo a me, appartenete anche gli uni agli altri”. E questo appartenere l’uno all’altro e a Lui non è una qualsiasi relazione ideale, immaginaria, simbolica, ma – vorrei quasi dire – un appartenere a Gesù Cristo in senso biologico, pienamente vitale. È la Chiesa, questa comunità di vita con Gesù Cristo e dell'uno per l’altro, che è fondata nel Battesimo e approfondita ogni volta di più nell’Eucaristia. “Io sono la vera vite”; questo, però, in realtà significa: “Io sono voi e voi siete me” – un’inaudita identificazione del Signore con noi, con la sua Chiesa.

Cristo stesso, quella volta, vicino a Damasco, chiese a Saulo, il persecutore della Chiesa: “Perché mi perseguiti?” (At 9,4). In tal modo il Signore esprime la comunanza di destino che deriva dall’intima comunione di vita della sua Chiesa con Lui, il Risorto. Egli continua a vivere nella sua Chiesa in questo mondo. Egli è con noi, e noi siamo con Lui. – “Perché mi perseguiti?” – In definitiva è Gesù che vogliono colpire i persecutori della sua Chiesa. E, allo stesso tempo, questo significa che noi non siamo soli quando siamo oppressi a causa della nostra fede. Gesù Cristo è da noi e con noi.

Nella parabola, il Signore Gesù dice ancora una volta: “Io sono la vite vera, e il Padre mio è l’agricoltore” (Gv 15,1), e spiega che il vignaiolo prende il coltello, taglia i tralci secchi e pota quelli che portano frutto perché portino più frutto. Per dirlo con l'immagine del profeta Ezechiele, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, Dio vuole togliere dal nostro petto il cuore morto, di pietra, e darci un cuore vivente, di carne (cfr Ez 36,26). Vuole donarci una vita nuova e piena di forza. un cuore di amore, di bontà e di pace. Cristo è venuto a chiamare i peccatori. Sono loro che hanno bisogno del medico, non i sani (cfr Lc 5,31s.). E così, come dice il Concilio Vaticano II, la Chiesa è il “sacramento universale di salvezza” (Lumen gentium, 48) che esiste per i peccatori, per noi, per aprire a noi la via della conversione, della guarigione e della vita. Questa è la continua e grande missione della Chiesa, conferitale da Cristo.

Alcuni guardano la Chiesa fermandosi al suo aspetto esteriore. Allora la Chiesa appare solo come una delle tante organizzazioni in una società democratica, secondo le cui norme e leggi, poi, deve essere giudicata e trattata anche una figura così difficile da comprendere come la “Chiesa”. Se poi si aggiunge ancora l'esperienza dolorosa che nella Chiesa ci sono pesci buoni e cattivi, grano e zizzania, e se lo sguardo resta fisso sulle cose negative, allora non si schiude più il mistero grande e bello della Chiesa.

Quindi, non sorge più alcuna gioia per il fatto di appartenere a questa vite che è la “Chiesa”. Insoddisfazione e malcontento vanno diffondendosi, se non si vedono realizzate le proprie idee superficiali ed erronee di “Chiesa” e i propri “sogni di Chiesa”! Allora cessa anche il lieto canto “Sono grato al Signore, che per grazia mi ha chiamato nella sua Chiesa”, che generazioni di cattolici hanno cantato con convinzione.

Ma torniamo al Vangelo. Il Signore continua così: “Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me, … perché senza di me – si potrebbe anche tradurre: fuori di me – non potete far nulla” (Gv 15,4).

Ognuno di noi è messo di fronte a tale decisione. Il Signore, nella sua parabola, ci dice di nuovo quanto essa sia seria: “Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi raccolgono i tralci buttati via, li gettano nel fuoco e li bruciano” (cfr Gv 15,6). Al riguardo, S. Agostino commenta: “L’uno o l’altro spetta al tralcio, o la vite o il fuoco; se [il tralcio] non è nella vite, sarà nel fuoco; quindi affinché non sia nel fuoco, sia nella vite” (In Joan. Ev. tract. 81,3 [PL 35, 1842]).

La scelta qui richiesta ci fa capire, in modo insistente, il significato fondamentale della nostra decisione di vita. Ma, allo stesso tempo, l'immagine della vite è un segno di speranza e di fiducia. Incarnandosi, Cristo stesso è venuto in questo mondo per essere il nostro fondamento. In ogni necessità e aridità, Egli è la sorgente che dona l’acqua della vita che ci nutre e ci fortifica. Egli stesso porta su di sé ogni peccato, paura e sofferenza e, in fine, ci purifica e ci trasforma misteriosamente in tralci buoni che danno vino buono. In questi momenti di bisogno, a volte ci sentiamo come finiti sotto un torchio, come i grappoli d’uva che vengono pigiati completamente. Ma sappiamo che, uniti a Cristo, diventiamo vino maturo. Dio sa trasformare in amore anche le cose pesanti e opprimenti nella nostra vita. Importante è che “rimaniamo” nella vite, in Cristo. In questo breve brano, l’evangelista usa la parola “rimanere” una dozzina di volte. Questo “rimanere-in-Cristo” segna l’intero discorso. Nel nostro tempo di inquietudine e di qualunquismo, in cui così tanta gente perde l’orientamento e il sostegno; in cui la fedeltà dell’amore nel matrimonio e nell’amicizia è diventata così fragile e di breve durata; in cui vogliamo gridare, nel nostro bisogno, come i discepoli di Emmaus: “Signore, resta con noi, perché si fa sera (cfr Lc 24,29), sì, è buio intorno a noi!”; in questo tempo il Signore risorto ci offre un rifugio, un luogo di luce, di speranza e fiducia, di pace e sicurezza. Dove la siccità e la morte minacciano i tralci, là in Cristo c’è futuro, vita e gioia, là c’è sempre perdono e nuovo inizio, trasformazione entrando nel suo amore.

Rimanere in Cristo significa, come abbiamo già visto, rimanere anche nella Chiesa. L’intera comunità dei credenti è saldamente compaginata in Cristo, la vite. In Cristo, tutti noi siamo uniti insieme. In questa comunità Egli ci sostiene e, allo stesso tempo, tutti i membri si sostengono a vicenda. Insieme resistiamo alle tempeste e offriamo protezione gli uni agli altri. Noi non crediamo da soli, crediamo con tutta la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, con la Chiesa che è in Cielo e sulla terra.

La Chiesa quale annunciatrice della Parola di Dio e dispensatrice dei sacramenti ci unisce con Cristo, la vera vite. La Chiesa quale “pienezza e completamento del Redentore” – come la chiamava Pio XII - (Pio XII, Mystici corporis, AAS 35 [1943] p. 230: “plenitudo et complementum Redemptoris”) è per noi pegno della vita divina e mediatrice dei frutti di cui parla la parabola della vite. Così la Chiesa è il dono più bello di Dio. Pertanto, Agostino poteva dire: “Ognuno possiede lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa” (In Ioan. Ev. tract. 32, 8 [PL 35, 1646]). Con la Chiesa e nella Chiesa possiamo annunciare a tutti gli uomini che Cristo è la fonte della vita, che Egli è presente, che Egli è la grande realtà che cerchiamo e a cui aneliamo. Egli dona se stesso e così ci dona Dio, la felicità, l’amore. Chi crede in Cristo, ha un futuro. Perché Dio non vuole ciò che è arido, morto, artificiale, che alla fine è gettato via, ma vuole ciò che è fecondo e vivo, la vita in abbondanza, e Lui ci dà la vita in abbondanza.

Cari fratelli e sorelle! Auguro a tutti voi e a noi tutti di scoprire sempre più profondamente la gioia di essere uniti con Cristo nella Chiesa – con tutti i suoi affanni e le sue oscurità - di poter trovare nelle vostre necessità conforto e redenzione e che tutti noi possiamo diventare il vino delizioso della gioia e dell’amore di Cristo per questo mondo. Amen.

Discorso di Benedetto XVI al Parlamento Federale tedesco

Pubblicato martedì 27 settembre 2011

[Il re Salomone chiede a Dio il dono della saggezza]

Discorso tenuto dal Santo Padre Benedetto XVI al Reichstag di Berlino (Germania) giovedì 22 settembre 2011, in occasione della sua visita al Parlamento Federale tedesco.

Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo senza il quale non potrebbe mai avere la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.

In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: “Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…”

In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.

Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la riconoscono, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, riducendo tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.

Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza un punto che – mi pare – venga trascurato oggi come ieri: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. (Mi consola il fatto che, evidentemente, a 84 anni si sia ancora in grado di pensare qualcosa di ragionevole.) Aveva detto prima che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza – aggiunge – la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte – dice – presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. “Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana”, egli nota a proposito. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?

A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace.

Bibliografia

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  • Origene, Contra Celsum GCS Orig. 428 (Koetschau)
  • A. Fürst, Monotheismus und Monarchie. Zum Zusammenhang von Heil und Herrschaft in der Antike. In: Theol.Phil. 81 (2006) 321 – 338; citazione p. 336
  • J. Ratzinger, Die Einheit der Nationen. Eine Vision der Kirchenväter (Salzburg – München 1971) 60.
  • W. Waldstein, Ins Herz geschrieben. Das Naturrecht als Fundament einer menschlichen Gesellschaft (Augsburg 2010) 11ss; 15-21, 31-61.

La notizia che fa la differenza

Pubblicato giovedì 16 dicembre 2010

[Cristo trionfante]

“Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. I pastori dopo aver ascoltato il messaggio si affrettarono per vedere il Bambino. Quindi hanno considerato molto importante questo annuncio. La stessa buona notizia è annunciata ad ognuno di noi. Se la cogliamo nella sua verità e interezza è la notizia che fa la differenza.

Il nostro vissuto è complicato e intessuto di mille altre parole, sensazioni, emozioni, promesse, attese, paure. Lasciarci raggiungere dalla positività di questo messaggio è la condizione per poter accedere ad una nuova libertà. Potremo così ripartire con una nuova forza e interiormente rimotivati per affrontare la quotidianità e le sfide ad essa collegate. Farci un augurio significa entrare in questa nuova possibilità accolta come il migliore dono che oggi, nella situazione particolare in cui ognuno si trova, può arrivarci.

A tutti un cordiale e sincero Buon Natale e Buon Anno.

Don Adriano Vincenzi

Essere attraenti o trasparenti?

Pubblicato lunedì 20 settembre 2010

[Leonardo da Vinci, Presunto studio per l'angelo della Vergine delle rocce]

Quando si parla della Chiesa e dei sacerdoti, è usuale soffermarsi sui modi con i quali operano, sulle caratteristiche dell'annuncio, sulle qualità personali. E siccome siamo nell'epoca dell'immagine, non manca mai un riferimento al modo di presentarsi, di organizzare le iniziative, di approcciare le persone. Insomma siamo quasi tutti convinti che se la Chiesa, i sacerdoti e i cattolici in genere fossero un po' più attraenti non sarebbe male. In questo modo viene rimarcata in maniera eccessiva la centralità del soggetto che opera o celebra. Sembra che in assenza di altre motivazioni e di uno sguardo più profondo ci si affidi a degli uomini per tenere alta la bandiera della Chiesa e la possibilità di trasmettere la fede. Questo non significa che le qualità personali non creano qualche differenza, ma che non è sufficiente affidarsi ad esse per diffondere la fede. È molto illuminante la risposta che il Papa ha dato sull'aereo ai giornalisti mentre, il 16 settembre, volava verso il Regno Unito. La domanda che gli è stata posta è questa:

“Si può fare qualcosa per rendere la Chiesa come istituzione anche più credibile ed attrattiva per tutti?”

Risposta di Benedetto XVI:

“Direi che una Chiesa che cerca soprattutto di essere attrattiva sarebbe già su una strada sbagliata. Perché la Chiesa non lavora per sé, non lavora per aumentare i propri numeri, e così il proprio potere. La Chiesa è al servizio di un Altro, serve non per sé, per essere un corpo forte, ma serve per rendere accessibile l'annuncio di Gesù Cristo, le grandi verità, e le grandi forze di amore, di riconciliazione apparse in questa figura e che sempre vengono dalla presenza di Gesù Cristo. In questo senso la Chiesa non cerca la propria attrattività, ma deve essere trasparente per Gesù Cristo. E nella misura nella quale non sta per se stessa, come corpo forte e potente nel mondo, che vuole avere il suo potere, ma si fa semplicemente voce di un Altro, diventa realmente trasparenza per la grande figura di Cristo e le grandi verità che ha portato nell'umanità, la forza dell'amore; allora in questo momento si ascolta e si accetta la Chiesa. Essa non dovrebbe considerare se stessa ma aiutare a considerare l'Altro, ed essa stessa vedere e parlare dell'Altro e per l'Altro...”

La trasparenza non è intesa in senso strumentale, cioè non è legata al non tener nascosto qualcosa, al non coprire sotterfugi, alla disponibilità a ‘far vedere tutte le carte’. La trasparenza è la possibilità di rimandare oltre noi stessi. La persona trasparente impedisce che lo sguardo si concentri su di lei in quanto chi la guarda è introdotto a vedere Qualcun altro. Insomma la novità del cristiano non è puntare sulle peculiarità dell'io ma sull'azione di Dio.

Don Adriano Vincenzi

Il 15 agosto

Pubblicato sabato 14 agosto 2010

[Tiziano, Assunta, particolare]

Siamo nel cuore del tempo dedicato giustamente alla vacanza e al riposo. Auguro ad ognuno di trovare modo e tempo per recuperare energie fisiche e spirituali in modo da percepire l’idoneità ad affrontare le sfide che la quotidianità ci offre con costanza. So che non tutti possono permettersi una vacanza; ma se usciamo dal concetto consumistico, possiamo correttamente pensare che prendersi un po’ di tempo non sia solo una questione di soldi ma di una sana mentalità che ci permette di fermarci a pensare al senso di ciò che stiamo facendo. Può darsi che presi dalle ferie (che facciamo o che non facciamo) passi in secondo piano un evento molto importante che si celebra in questi giorni: la solennità di Maria Assunta in cielo. Per noi questa festa ha una grande importanza. Con essa si celebra un fatto: Maria, nostra Madre, è in cielo con l’anima e il corpo. Lei rappresenta ciò a cui è destinato ognuno di noi: la vita eterna. Possiamo dire così: questa festa ci fa guardare in alto e ci fa guardare oltre.

Guardare in alto significa che per capire ciò che succede sulla terra dobbiamo guardare il Cielo. Noi comprendiamo noi stessi se siamo capaci di andare oltre noi stessi. Dobbiamo recuperare questa originaria grandezza dell’uomo: siamo grandi perché veniamo da Dio e a Dio ritorniamo. Se il nostro sguardo non è più in grado di innalzarsi verso l’alto ci troviamo dispersi, chiusi dentro le cose, diventiamo incomprensibili a noi stessi e siamo divorati da ciò che facciamo. Guardare in alto vuol dire avere una vision: sapere da dove veniamo e dove dobbiamo andare è l’unico modo per non continuare a correre per niente. La differenza tra noi oggi non è tra chi corre e chi sta fermo: siamo tutti costretti a correre. La differenza è tra chi, correndo, raggiunge la meta, e chi, correndo, non va da nessuna parte e si trova esausto. Ecco la bellezza di questa festa mariana: provare la soddisfazione di toccare con mano che stiamo camminando verso qualcosa di bello, che non viene domani, ma viene gustato già oggi come percezione di pienezza, soddisfazione, compimento, realizzazione.

L’Assunta ci aiuta anche a guardare oltre. Siamo chiamati e resi idonei a superare noi stessi in quanto capaci non solo di occuparci delle cose terrene ma di portarle al loro compimento nella nuova creazione. La terra per splendere deve raggiungere il cielo: lì sarà avvertita definitivamente come benedizione, bellezza e amica dell’uomo. Se non siamo capaci di guardare oltre, la terra diventa la nostra tomba e il luogo del nostro disfacimento. Maria Assunta in cielo con l’anima e il corpo eleva anche la materia e la riconsegna a Colui che l’ha creata, trasformata dalla cura dell’uomo.

Forse a qualcuno questi pensieri possono risultare molto lontani, troppo astratti, quasi dei bei sogni. A questi mi sento di dire che devono accorgersi che il grave scempio che si sta compiendo non è principalmente l’accaparramento della terra, ma il fatto che all’uomo viene sottratto ogni giorno un pezzo di cielo. La festa dell’Assunta è ritrovare il Cielo.

Don Adriano Vincenzi